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lunedì 11 aprile 2016

Il 17 aprile un bel SI!

Irresponsabile, immorale ed opportunista è colui che sceglie ed incita le vie dell'indifferenza, dell'ignoranza e della pigrizia culturale e/o psicofisica, preferendo apertamente l'astensione in un referendum, col fine di non raggiungere il quorum(che andrebbe abolito) invalidandone così l'esito; passando per le "staminali Vaticane", come ieri Craxi, oggi Matteo!


Referendum 17 aprile sulle trivelle: tutti i dati che devi conoscere


Il 17 aprile gli italiani dovranno esprimere il loro parere in merito alle trivellazioni con un referendum. La domanda che viene fatta ai cittadini è semplice: volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività entro le 12 miglia dalla costa nelle acque territoriali italiane? Votare sì si traduce con un “basta trivelle” e viceversa il no vuole che l’attività estrattiva proceda. È giusto specificare che il referendum riguarda le concessioni già attive non quelle future. Il Governo Renzi con la Legge di Stabilità 2016 ha vietato le nuove attività entro le 12 miglia, ma allo stesso tempo, con un emendamento, ha acconsentito che le società petrolifere, con titoli abilitativi già attivi, potessero ricercare ed estrarre idrocarburi, siano questi greggio o gas, a tempo praticamente indeterminato, con la formula “fino a vita utile del giacimento”. Proprio su questo punto bisognerà pronunciarsi. Quali sono i punti focali e quali quelli che creano i maggiori dubbi e scontri tra le diverse fazioni? Ma soprattutto: quali sono i dati a nostra disposizione?
Il referendum non riguarda solo il petrolio ma anche il gas. I dati ufficiali sulla situazione italiana in materia vengono pubblicati nel Bilancio della situazione energetica nazionale, sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico. Il rapporto sul 2014, pubblicato nell’agosto dello scorso anno, parla di un settore in crisi: “Il 2014 è stato un anno particolare per i mercati energetici internazionali: nella seconda parte dell’anno il prezzo del petrolio ha perso metà del suo valore (per l’effetto combinato di un’offerta rafforzata dalla produzione USA e di una domanda debole da parte dell’Asia); i prezzi del gas si sono ridotti sui diversi mercati (per la debole domanda in Europa, l’eccesso di offerta in USA e le dinamiche del greggio in Asia); è continuata la crescita dell’incidenza nel mix energetico internazionale delle fonti rinnovabili, il cui contributo alla produzione di energia elettrica (poco meno di un quarto) ha raggiunto quello del gas naturale”. I Governi investono comunque ancora molto nelle fonti fossili, come possiamo vedere dai dati della Oil Change International pubblicati a dicembre 2015: 8 paesi ricchi (tra cui l’Italia) spendono ben 80 miliardi di dollari l’anno nell’industria petrolifera, del gas e del carbone, e solo 2 ad esempio nel fondo verde per il clima (Gcf), un fondo d’investimento per progetti a favore di Paesi in via di sviluppo (Pvs) che vogliano ridurre le emissioni di gas serra e accrescere le capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. Questo è stato uno dei nodi fondamentali usciti dalla Cop21: per diminuire il riscaldamento globale è fondamentale l’aiuto reale ai paesi in via di sviluppo che potrebbero puntare tutto su fonti fossili per mancanza di ricerca e sviluppo nelle alternative. Il loro sostegno per politiche green aiuterebbe a rimanere dentro i famosi “2 gradi entro il 2020″ che consentirebbero di evitare il collasso: “Secondo le ultime stime più probabili si coprirebbe il fabbisogno energetico di qualche settimana all’anno se si trova tanto petrolio, quindi forse è meglio investire in fonti rinnovabili che durano per l’eternità – afferma Andrea Poggio, Vicepresidente Legambiente – Un anno di incentivi al fotovoltaico, dove inizialmente si gridò allo scandalo perché faceva aumentare del 10% le bollette, ha fatto aumentare esattamente la quantità corrispondente dell’energia che ha prodotto, quindi è un buon investimento”.

venerdì 15 novembre 2013

#FreeTheArctic30!

Trenta  persone sono in carcere in Russia, per aver messo in scena una protesta pacifica nella regione artica.

Negli ultimi 30 anni abbiamo perso tre quarti dei ghiacci artici. Meno ghiaccio in Artico vuol dire poter trivellare alla ricerca di petrolio, quello che vogliono fare giganti come Shell e Gazprom. Gli Arctic30 hanno cercato di difendere pacificamente quello che rimane dell'Artico e sono stati arrestati. La salvaguardia di un bene globale non è nè pirateria nè vandalismo. Firma anche tu per #FreeTheArctic30!